ALLA LARGA DAI SOCIAL, TUTTA SALUTE

di ARIO GERVASUTTI – Domenica postferragostana, niente giornali a disposizione. I siti internet bastano a malapena come aperitivo e la sete resta. Mi butto per disperazione sui social dopo mesi di assenza, e cinque minuti dopo, improvvisamente, ricordo tutto. Ricordo perché me ne sto alla larga da Twitter, usato solo per buttare nel mare del web queste inutili note. Ricordo perché non ho nemmeno un profilo Facebook, cancellato dopo poche settimane di presenza; ricordo perché non mi ha mai sfiorato il cervello l’ipotesi di infilarmi in Instagram, Tik Tok e compagnia cantante.

No, non è per snobismo o passatismo. E’ che nessuno è ancora riuscito a spiegarmi per quale motivo dovrei nuotare nella stessa acqua sporca in cui torme di sconosciuti scaricano insulti putridi, immondizia a 360 gradi verso tutto e verso tutti, quasi sempre gratuitamente.

Perché? Che cosa ho a che spartire, a parte l’inutilità, con soggetti che scrivono “E chissenefrega” in calce a un post o a un tweet? Te ne frega talmente poco, incommensurabile genio, che non solo ti sei fermato a leggere quel post o quel tweet, sprecando preziosi secondi del tuo impagabile tempo, ma ne hai sprecati altri per commentare e per far sapere al mondo che a te, ma pensa un po’, non te ne frega niente di quella notizia. E non ti sfiora l’idea che al mondo, del fatto che a te non freghi niente di quella cosa lì, non gliene può fregare di meno e scusate il gioco di parole? E non ti basta farlo sapere: devi anche essere offensivo, perché sennò non sei adeguato al contesto. Sei un pesce fuori dall’acqua sporca. E quindi giù con sequele di insulti, che in faccia – i cuor di leone da tastiera – non si azzarderebbero mai a profferire.

Usano nomi di battaglia, questi guerrieri del nulla: roba da far impallidire la genialità comica del “Napalm 51” di Maurizio Crozza. Apri il loro profilo e in mezzo a foto bucoliche e frasi tratte dalle cartine dei Baci Perugina esplodono succhi gastrici, auguri di morte e bidoni colmi di odio. Dottor Jekyll e mister Hyde digitali.

E quindi, perché averci a che fare? Rispetto molti colleghi che coltivano un loro orto sui social postando più volte al giorno pensieri e commenti, a volte centrati a volte meno. Ognuno con il proprio stile, provocatorio alla Feltri, ironico alla Pigi Battista, sportivo (nel senso etico del termine) alla Riccardo Cucchi. Eppure non li capisco. Proprio a Feltri, incontrato a cena dopo molti anni che non ci vedevamo, ho domandato che cosa lo spingesse a buttarsi in quel mare e nuotare tra insultatori e adulatori, entrambe categorie tossiche: mi ha risposto sostanzialmente con un’alzata di spalle. Ovvero, perché si diverte a osservare fino a che punto si spingono le correnti della marea umana. A voler tradurre in modo malizioso: si parli male di me, purché si parli. Ma che bisogno c’è? E a che prezzo?

Sicuramente mi sbaglio, ma credo che non sia utile a nessuno se chi per professione dovrebbe informare o comunicare si mette sullo stesso piano e allo stesso livello di certi frequentatori delle bettole digitali. Ripeto: non è snobismo. E’ una questione di igiene. E comunque, prima che lo dica qualcun altro, lo dico io: tutto ciò che ho scritto finora merita senz’altro un “chissenefrega”.

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