ALLA JUVE RESTANO SOLO STORIA E DEBITI

di TONY DAMASCELLI – Uscire da una coppa, quella europea più importante, non significa soltanto perdere una partita. Oggi ha conseguenze serie sulla situazione economica di un club. Ne sa qualcosa l’Inter, lo ha capito negli anni passati il Milan, lo sta vivendo oggi la Juventus.

Un bilancio critico, per usare un aggettivo morbido, ma meglio sarebbe scrivere “drammatico”, un organico esuberante di numeri ma non di morale, pesi contabili illogici per calciatori di media figura. E poi i sessanta milioni annuali destinati a uno solo di essi, Ronaldo.

La Juventus si risveglia nuda del proprio patrimonio, privata del sogno ormai eterno della Champions league inseguita da troppo tempo, fuori dalla corsa al titolo italiano, dopo averlo conquistato per nove anni consecutivi.

Roba grossa, dunque, che andrà affrontata dai cosiddetti azionisti di riferimento, al secolo la famiglia Agnelli, Andrea il presidente e John Elkann il titolare del pacchetto azionario di maggioranza di Exor, la holding da cui Juventus dipende.

Non si tratta di giochi di Borsa o di società, qui va di mezzo il futuro del club che, con debiti che superano il mezzo miliardo di euro, non ha alternative: o provvede a un poderoso aumento di capitale, in linea con l’ultimo di 300 milioni tutti già bruciati, o va alla ricerca di investitori stranieri, fondi americani tra questi, pronti a intervenire per dare respiro a una situazione border line.

La parte tecnica va comunque affrontata, Ronaldo ha contratto in scadenza fra un anno, le voci di mercato che lo indicano oggetto di desiderio del Paris Saint Germain, che lascerà Mbappé al Real Madrid di Zidane, sarebbero la soluzione sognata dagli azionisti juventini, ma anche dalla tifoseria delusa e tradita dall’ultima partita di Champions.

Poi ci sono gli inquilini di villa Arzilla, al secolo Chiellini, Buffon, Bonucci, che hanno dato e dovrebbero salutare la comitiva per raggiunti limiti di età e di condizione, sollevando la società da altri carichi contabili.

Sembra lo scenario di una azienda sull’orlo di una crisi angosciosa. E’ il calcio di oggi, dove il pallone è diventato una nota a margine.

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