AL SUPERMASTER IL COVID NON E’ ARRIVATO

di GHERARDO MAGRI – E’ tutta una questione di pensiero e di visione. Altrimenti sarai sempre e solo un manager Operativo-Pratico, qualità peraltro rispettabili, ma così ce lo sogniamo il vero progresso.

E’ uno sfogo personale alla mia recente convocazione per partecipare a un corso esclusivo in una top business school europea – IMD di Losanna -, riservato ai manager di primo livello.

Nella carriera aziendale, il percorso di formazione è la base per essere motivati e sempre aggiornati. Chi la mette in atto seriamente avrà un team di dirigenti all’altezza, capaci di affrontare le sfide e di gestire organizzazioni complesse. Non si smette mai di imparare e bisogna essere pronti al nuovo, con serietà e con una buona dose di umiltà. Anche quando sei già “senior”, addirittura è ancora più importante, perché essere saccenti in momenti di grandi trasformazioni come questi ti può tornare dritto sui denti.

Eccomi al “kick-off” (calcio d’inizio, così si usa dire in gergo) del corso, in collegamento con una trentina di colleghi di tutto il mondo, attento e curioso a quello che dirà la docente responsabile. Il titolo è “La leadership del futuro” e mi aspetto sinceramente che ci sia una parte del contenuto dedicato al tremendissimo periodo della pandemia passata e ancora in corso. Ci diranno e ci daranno utili suggerimenti su come derivare esperienze dall’emergenza e come essere diversi da prima. Ne ho bisogno. Perché ognuno di noi ha dovuto improvvisare e chissà quanti errori abbiamo commesso senza saperlo.

In un perfetto BBC English, sento snocciolare il programma punto per punto e la mia espressione cambia ogni minuto che passa. Nessun accenno al Coronavirus. Niet, zero al quoto. L’agenda è super farcita di concetti manageriali sicuramente avanzati, ma buoni per un mondo normale che non ha avuto scossoni. Come se la pianificazione del corso, sicuramente fatta nel pre-Covid, sia rimasta intonsa in uno schema intoccabile e non ci sia stato un cristiano con un po’ di sale in zucca in grado di alzare la manina e dire “e provare a metterci almeno un capitolo relativo all’emergenza mondiale?”.

Non ci credo e, soprattutto, non ci sto. Al primo momento utile per le domande-risposte di rito, mi butto. “Very sorry, ma vorrei che parlassimo di quale leadership ci vuole per gestire le tragedie e se siamo in grado di farlo”. “Good point, Mr. Magri, faremo il possibile per trovare il tempo e parlarne”. Tradotto: stai lì buono, ho preso nota, ma sei fuori tema, magari in un altro giro. Incredibile.

Parecchi miei colleghi, però, prendono il mio spunto e si accodano, come in un gregge rumoreggiante, nel sollevare il tema. Resto comunque convinto che alla fine sarà tutto abbastanza inutile, lo so per esperienza. Ormai le sessioni sono state costruite e il pacchetto è ultra blindato. Al massimo, se gli svizzeri saranno bravi, adatteranno qualche piccola parte per darci un contentino, ma mai e poi mai cambieranno il programma concordato con il committente. Il corso si svilupperà da remoto con video, interviste, workshop, in un arco di undici settimane, e io dovrò stare al gioco, questa volta a denti stretti.

Il mio sentimento prevalente è rabbia mista a frustrazione, quasi un senso di offesa. Sì, perché si è persa una magnifica occasione per riflettere e per condividere ciò che stiamo passando sia come manager che come esseri umani e, guarda un po’, per farci aiutare da esperti (sempre profumatamente pagati, beninteso).

Più si sta in alto in qualunque gerarchia, più pretendo senso di responsabilità, coraggio, comprensione della realtà e immaginazione. Davanti al video e ascoltando tutto questo fervore calvinista che elettrizza tanti colleghi, provo un po’ di malinconia e anche di dissociazione culturale.

Nel nostro piccolo (grande) paese sudeuropeo, in fondo al mondo per le società da un certo parallelo in su, non c’è stata invece una riunione virtuale o di presenza (operativa o strategica) che non sia cominciata con il ripassare le cose brutte e belle successe durante il Coronavirus, con la condivisione delle difficoltà attraversate insieme e l’analisi degli spunti nuovi da favorire per il futuro. Magari ne abbiamo parlato anche troppo, con la nostra mania tutta italiana di enfatizzare le cose, però l’abbiamo affrontato, a viso aperto. Non ci siamo nascosti e ci siamo sentiti meno soli di prima, pure con qualche speranza in più. Tu chiamala, se vuoi, flessibilità. Ma chi glielo va a spiegare, ai signori della top business school.

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