ADDIO AL DRAKE DI LAGO

di GIORGIO GANDOLA – «Domani ti aspetto qui alla Magnolia, ciao Jacky». Chiudeva la paletta del paleozoico Motorola, lo lanciava sul tavolino del bar e accennava un sorriso prima di ordinare un gelato o un caffé: dall’altra parte della telefonata era Jacky Ickx.

A Tullio Abbate piaceva essere circondato dai vecchi amici in questo angolo del Lago di Como dove 70 anni fa suo padre Guido aveva inventato (con altri pionieri geniali e matti) la motonautica da corsa. La Magnolia di Azzano era il suo secondo ufficio, quello delle pubbliche relazioni. Da lì teneva d’occhio facilmente i quattro punti cardinali: il cantiere, i bolidi galleggianti, il riflesso delle onde e la punta del Balbianello con la villa del Fai, location di Guerre Stellari e James Bond. Per lui, che non era minimamente interessato alle fiction, era una boa. Ci girava attorno in prova.

Oggi il Tullio dorme il grande sonno e il lago è immobile. Lo ha portato via il Coronavirus e ha fatto una fatica immane perché l’Ammiraglio ha lottato come Nelson. Aveva 75 anni e qualche acciacco, conseguenze dell’età che sapeva coprire con la forza di un nome da antico gladiatore e una voce che lo precedeva fra le barche, nei vicoli del borgo, a prua e a poppa. Prima arrivava il tuono del diktat, poi arrivava lui, a piedi o sul motorino rosa. Quasi mai in Ferrari, che usava quando aveva voglia di sentir stridere il grip fra Colonno e Argegno, rigorosamente senza patente. «Ma i carabinieri mi conoscono».

In mezzo secolo ha vinto tutto, ha collezionato record e ha perso da gigante. «Come quella volta a Key West con il vecchio Don Aronow, è scoppiato un motore, siamo tornati al minimo e ho preso il sole».

Poi ha cominciato a costruire barche, un marchio di famiglia, con una filosofia molto semplice: belle e veloci. Fascino e grinta. Dovevano cantare. E a far cantare i Seastar del Tullio ci hanno provato tutti, a caso: Diego Maradona, Bjorn Borg, Lothar Matthaeus, Michael Schumacher, Vialli&Mancini, Gilles Villeneuve che «non se ne andava senza avere spazzolato due piatti di polenta uncia alla Fagurida». E poi Niki Lauda, Emerson Fittipaldi, Alain Prost. «Li ho tutti davanti, potremmo organizzare una Centomiglia del Lario da leggenda. Te lo dico per l’ultima volta: a me questo Clooney mi fa un baffo».

Erano tutti lì seduti ai tavolini della Magnolia quando il Tullio raccontava meglio di Federico Buffa l’epopea della velocità. E poi le serate a Montecarlo con Stefano Casiraghi, l’amico che prima di una gara offhore non seguì i suoi consigli. «Ma non ne voglio parlare, lo porto nel cuore». In un angolo del cantiere c’è ancora il bolide, o quel che ne resta.

Onda su onda, tutti uguali e uno solo speciale: «Ayrton. Silenzioso, gentile, malinconico, sembrava che avesse dentro il segno del destino. Capiva un attimo prima degli altri le curve di un circuito. E anche della vita». Tutti e poi Senna, che un giorno gli chiese di costruirgli un motoscafo unico al mondo. Oggi il Senna è ancora in catalogo.

Negli ultimi tempi il Tullio aveva un cruccio sintetizzabile con due parole: maledette batterie. Avrebbe voluto battere il primato mondiale con un motore elettrico, ma le batterie erano ancora troppo pesanti. Aveva coinvolto gli ingegneri della Wolksvagen, «ma non risolvono, non ci sono più i tedeschi di una volta».

Se n’è andato con la colonna sonora di Davide Van de Sfroos (Il costruttore di motoscafi) e sul lago resta il silenzio. Ha insegnato a un piccolo mondo antico a correre sull’acqua e non lo ha mai abbandonato.

Vicino al cantiere c’è una chiesetta dove la domenica don Luigi teneva la messa più veloce del mondo: 25 minuti. E a chi gli chiedeva come mai tanta fretta, rispondeva: «Dovrei essere io l’unico lento del posto?».

Sono cresciuti veloci anche Tullio junior, Monica, Paola, Lucia, Cristina che dovranno meritarsi l’eredità di un gigante.

Anni Settanta, Saint Tropez, tramonto. Lui esce con un offhore in prova, per la prima volta monta un motore Ferrari marinizzato, senza permesso del Drake al quale aveva chiesto l’autorizzazione invano. Durante la sgasata in rada taglia la strada a uno stupendo yacht a vela («un po’ da cafone, non mi ero accorto»), i marinai gli fanno i pugni. E sulla tolda un signore con il doppiopetto blu, il foulard di seta al collo e i capelli candidi lo osserva in silenzio.

Qualche settimana dopo riceve una telefonata da Maranello: Ferrari lo invita a pranzo. «Speravo che mi vendesse i motori. Quando mi ha chiesto se ero io quello che tagliava l’acqua a Saint Tropez, mi sono sentito morire. Ho confessato».

Allora il Drake toglie di tasca una lettera e comincia a leggere: «Caro Enzo, nel silenzio del mare al tramonto non avevo mai sentito un suono celestiale come quello del tuo motore». Era Herbert Von Karajan. Il Tullio avrebbe avuto i motori. Adesso sta progettando un bolide lassù, con Ayrton e il maestro.

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