A LEZIONE DI GIORNALISMO DAL PAPA

di DON ALBERTO CARRARA – “Anche il giornalismo, come racconto della realtà, richiede la capacità di andare laddove nessuno va: un muoversi e un desiderio di vedere. Una curiosità, un’apertura, una passione”.

Così si apre il messaggio che papa Francesco ha pubblicato in questi giorni in vista della 55a giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che si terrà il prossimo 16 maggio. Il tema del messaggio è: “Vieni e vedi. Comunicare incontrando le persone dove e come sono”.

A questo proposito, il papa ricorda che “numerose realtà del pianeta, ancor più in questo tempo di pandemia, rivolgono al mondo della comunicazione l’invito a ‘venire e vedere’. C’è il rischio di raccontare la pandemia, e così ogni crisi, solo con gli occhi del mondo più ricco, di tenere una ‘doppia contabilità’”.

Le affermazioni del papa non sono novità. In fondo sono la ripresa di un principio fondamentale di etica professionale. Il giornalista racconti quello che vede e non si illuda di vedere quello che racconta. E quando deve esprimere un suo parere si metta al servizio della verità e non delle proprie propensioni e tanto meno delle proprie pulsioni. Tutto molto semplice.

Tutto molto semplice? Non proprio. E, a proposito di verità, viene in mente la domanda celebre: “Che cosa è la verità?”. È la domanda che uno smagato Pilato rivolge a Gesù, durante il processo. Pilato, ovviamente, sarebbe stato un pessimo giornalista. Invece di indagare sulla verità (l’imputato, infatti, è innocente) preferisce avallare quello che ha sentito dire. Sappiamo come è andata a finire.

La tensione fra la nostra verità, la verità degli altri e “la” verità non si potrà mai eliminare. Anche perché i confini tra quei diversi livelli della verità sono fragili. Siccome, però, nessuno ha in tasca la verità, tutti dovrebbero cercarla. Ma non tutti la cercano e pochi la cercano con la passione di cui parla il papa.

Questo, però, è quello che manca ad alcuni giornalisti: la passione. La quale parte dal fatto che la verità è molto più grande della mia verità e più è grande questo divario, più deve essere intensa la mia passione nel cercare. Alcuni giornalisti, però, non danno l’impressione di affrontare la fatica di cercare, ma piuttosto la soddisfazione di gridare quello che hanno già trovato. In questi giorni se voglio capire la crisi di governo, da chi vado? Una possibile verità su quello che sta capitando è soltanto un faticoso slalom fra opinioni diversamente stabili, nel quale è facile inforcare qualche paletto e rovinare a terra. Per non parlare dell’ulteriore affondo del papa, quando parla di informazione ormai uniforme e appiattita, tutta uguale su giornali e siti Internet, senza neppure più l’ambizione di andare oltre il banale.

Cose simili, o forse ancora più impegnative, si potrebbero dire della stampa “cattolica”. La quale non ha come riferimento soltanto la verità del giorno e le cose che capitano, ma ha l’ambizione di confrontare quella verità con una narrazione e con dei valori che dovrebbero essere senso ultimo di tutto. Siccome però il senso ultimo è proprio ultimo, la stampa cattolica è spesso tentata di fermarsi ai sensi penultimi. E allora si impegna a difendere uomini di Chiesa, amici degli uomini di Chiesa, amici degli amici…

Invece di guardare in faccia a tutti, guarda solo a qualcuno, e talvolta non guarda affatto. Spesso, infatti, la stampa cattolica non dice male e non dice bene. Semplicemente non dice. Non le mancano le parole. Le manca il coraggio di dirle. E questo, alla fine, è un tradimento doppio: della verità delle persone e degli eventi e, insieme, della verità più alta, quella che Pilato diceva di non conoscere. Il rischio, a quel punto, è che la stampa cattolica – è solo un rischio e si materializza solo qualche volta, certo e per fortuna – il rischio è che la stampa cattolica sia simile al giudice Pilato di Roma più che all’imputato Gesù di Nazaret.

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