CESARE ROMITI, DA RAGIONIERE A RAGIONATORE

di TONY DAMASCELLI – Romano. Romanista. Di fede, di passione, ovviamente il calcio e la Maggica sono state soltanto un coriandolo nella sua carriera di luci forti, prima vissuta all’ombra, quindi in prima fila. Cesare Romiti ha concluso a novantasette anni una storia lunga e imprevedibile, considerati i luoghi di origine, essendo stato, il padre suo, un impiegato delle Poste ma che, all’epoca costituiva un dignitoso status della borghesia della capitale. Prima ragioniere e poi ragionatore di cose finanziarie, gelido e astuto, come si deve quando si mettono le mani nel mondo dei denari, degli investimenti, dell’impresa.

Quando suo padre abbandonò la famiglia, subito dopo la guerra, era il ‘47, Cesare capì che sarebbe stato necessario completare gli studi con l’università e la laurea in scienze economiche, le carte utili per trovare un posto di lavoro presso la Bombrini Parodi Delfino, la ditta che si occupava di chimica dopo aver avviato la produzione di polvere da sparo ed esplosivi, furono questi gli elementi poi trasportati anche in Fiat. Nella ditta di Colleferro la scalata di Romiti fu veloce, l’uomo dimostrava il talento di chi aveva conosciuto il pane nero e non certo soltanto le brioches, avendo studiato di notte e lavorato di giorno per arrivare alla stazione principale di partenza. Direttore finanziario per lunghi anni prima di traslocare, alla Snia Viscosa, sempre nel sito di Colleferro, negli anni difficili, 25 della rivoluzione studentesca, era il ‘68, con l’onore e l’onere del direttore generale.

E’ il tempo della svolta, è il tempo dell’incontro e della scoperta di Enrico Cuccia che diventa il suo punto di riferimento, una specie di navigatore privato, personale, ovviamente non esclusivo. Romiti e la Fiat sono una fase successiva e pubblica, di grande apparenza, anche per alcuni amori imprevisti, all’interno della casa madre ma questo è gossip, che diventò, però, un giocattolo con il quale Romiti si è divertito nella terza fase della sua esistenza. Dal suo identikit politico e imprenditoriale risulta la classica figura del boiardo di Stato con un solo punto di arrivo, Roma, con tutto ciò che Roma comporta, la sua grande bellezza così circoscritta e autoreferente e vuota, senza alcuna apertura fuori dai confini. Forse per questo Romiti ha avuto parole durissime nei confronti di Sergio Marchionne che ne raccolse, ahilui, una eredità devastata, nel duemila e quattro, sia nei conti, sia nell’immagine, sia nel prodotto.

La diversificazione degli investimenti, anche nel settore della moda (l’epilogo disastroso di Valentino) altre avventure come l’Alitalia, aveva fatto sbandare l’auto della fabbrica torinese, Marchionne ha rappresentato esattamente l’opposto della filosofia aziendale di Romiti e questo spiega il livore del romano nei confronti di chi aveva poi salvato la Fabbrica Italiana Automobili Torino aprendo all’estero, con una mentalità che era tutt’altro che romana e soprattutto, con un vantaggio iniziale, quello di non avere “conosciuto” l’Avvocato e, quindi, di non dovere pagare la presenza, l’ombra pesante di Gianni Agnelli. C’è chi sostiene che Romiti abbia rifornito ossigeno alle casse con l’ingresso del capitale libico, la quota azionaria di Gheddafi fece scalpore, gli anni difficili del terrorismo non agevolarono di certo il lavoro dell’amministratore delegato, i picchettaggi di Mirafiori, ai quali partecipò anche Enrico Berlinguer, portarono a un conflitto sociale fortissimo e Romiti si ritrovò a fare i conti con l’aria malsana in fabbrica e nel Paese.

Nel tempo fu Umberto Agnelli a dover fare un passo indietro, su sollecitazione di Cuccia che aveva scelto, per l’appunto, il pupillo romano come boa all’interno del mare torinese, una boa e anche un serpente boa che licenziò quattordicimila lavoratori e non dialogò con i sindacati, trovando in Bettino Craxi un censore severo: «Romiti è uno dei proconsoli energumeni degli imperi industriali». Di Gianni Agnelli è stato compagno di epoca, collaboratore come tutti gli altri amministratori delegati, trattato dall’Avvocato come tutti gli altri dirigenti massimi del gruppo, con il rispetto e, al tempo stesso, il distacco dovuto nei confronti del dipendente. Si potrebbe ricordare la sontuosa buonuscita ricevuta da Torino, 105 miliardi di lire e 99 miliardi per il patto di non concorrenza ma anche questo fa parte di un passato fastidioso e ormai remoto, di un uomo, di un dirigente di cui si continuerà a scrivere e a parlare, nel bene, tra i suoi amici e cortigiani, nel male tra chi non lo ha mai sopportato. Per quasi un secolo.

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