100MILA KM. E TUTTA UNA VITA SULLA VESPA DEL ’73: IL ROMANTICO VIAGGIO DEL NOSTRO MAGRI

Il nuovo libro di Gherardo Magri

di CRISTIANO GATTI – Io sono quello che una parte di questi centomila, una parte piccolissima e marginale, l’ha vista da dietro. Davanti ai miei occhi, una nuca coperta di capelli biondi. Di lato, il paesaggio di un’Italia che non c’è più, l’Italia degli anni Settanta, prima degli ipermercati e delle rotatorie. Il precisino potrebbe prendermi subito in castagna: no caro, tu da dietro vedevi un casco. Ma non è così. Allora non era così. Quando noi avevamo diciotto e vent’anni, diciamo a cavallo tra liceo e università, il casco lo usavano solo i corridori professionisti, Agostini e gente simile, mentre per i ragazzi del mondo comune era un’impensabile e improponibile rottura di scatole. Per dire quanto fossimo incoscienti e inconsapevoli, all’epoca. Ma abbiamo qualche attenuante: in quell’Italia, in quel mondo, in quella vita, i bambini andavano in cortile e per strada da soli, i preti potevano tirare le orecchie e i padri potevano tirare sganassoni.

Erano gli anni ’70, i migliori anni della nostra vita, ma tutto sommato non soltanto della nostra vita: dopo aver attraversato diversi decenni, credo di poter tranquillamente dire che quello resti per tutti il più fertile e il più ricco, nel bene e nel male, parlando di creatività e di rabbia, di intraprendenza e di ribellione, di estro e di sogni. Anche di eccessi e deviazioni, naturalmente, com’è inevitabile quando si cambia il mondo ribaltandolo come un calzino.

La mia spiegazione? Gli anni Settanta sono i primi anni di vera libertà, non tanto e non solo dalle dittature, ma anche e soprattutto dai condizionamenti sociali, dalle convenzioni ipocrite, dai costumi compressi e repressi, dai pregiudizi e dai falsi tabù. In quei tempi si usciva dal mondo imbalsamato e tutte le strade erano buone, per scappare. Il mio amico, senza sapere ancora di arrivare a centomila, scappava in Vespa. E io, in quegli anni, per un po’ di chilometri, gli sedevo dietro.

Dove stessimo andando nessuno dei due l’aveva ben chiaro. Ma neppure ce lo chiedevamo. Bastava andare. Nel nostro piccolo, eravamo fedeli discepoli di Buddha, del Buddha che dice “non esiste la strada verso la felicità, la felicità è la strada”.

Non che la facessimo tanto lunga e tanto profonda, noi due. Eravamo agli inizi di tutto quanto, eravamo un cantiere aperto, inconsapevoli e istintivi, non sapevamo neppure quale progetto scegliere, tra i tanti spianati sul tavolo. In sottofondo avevamo Lucio Battisti, la televisione era in bianco e nero, Internet poteva essere al massimo un logo per imprese di pulizie, il cellulare non presentava alcuna ambiguità di significati, era solo la camionetta della Polizia che portava via i più scalmanati.

In questo mondo remoto e ora così seppiato, il mio amico si muoveva in Vespa e spesso si caricava dietro il suo amico: di studi, di passione, mi azzardo a dire sopravvalutandomi anche del cuore. Mi portava a studiare, a giocare sui campetti di calcio, a divertirci da qualche parte. Per un certo periodo, mi portava pure come un’ambulanza della Croce rossa, perchè io ero stampellato per seri motivi miei, ma lui mai e poi mai mi avrebbe lasciato a piedi, neanche per sogno, piuttosto trasformava il suo Primavera in un improponibile furgonato, lui davanti con la cartella sulle gambe, io dietro con le stampelle appoggiate alla pedana, la cartella in spalla, nell’insieme una catasta come quelle che oggigiorno vediamo sulle foto esotiche del web, dall’India o dal Bangladesh, con il tizio immerso tra gabbie di galline e ceste di melanzane, senza riuscire neppure a distinguere quale mezzo di locomozione ci sia sotto.

Nessuno di noi due, allora, avrebbe potuto giurare che il povero Primavera, proprio quello, sarebbe arrivato ai mitologici centomila di oggi. Si parla di cinquant’anni fa, più o meno. Un numero che ci fa tremare i polsi. Anche perchè sappiamo come mezzo secolo di questi ultimi secoli valga almeno un paio di secoli degli antichi, parlando di frenesie e di cambiamenti epocali.

Eppure, un chilometro alla volta, un’estate alla volta, una fidanzata alla volta, la Vespa del mio amico non ha mai smesso di esserci. Come un classico di Seneca, come una colonna sonora di Morricone. Un colpo di pedale, quando la candela tirava gli ultimi anche una spinta decisa, e fedelmente partiva verso il prossimo chilometro, la prossima estate, la prossima fidanzata.

A un certo punto, per i casi della vita, io ho smesso di salirci. Ma la Vespa non poteva certo fermarsi ad aspettarmi. O smettere di andare per solidarietà. Nel suo destino c’era questo matrimonio indistruttibile col mio amico, un legame cresciuto nel tempo, cambiato dai tempi, ma se possibile sempre più tenero e più saldo, come quei matrimoni tra i nostri nonni che si ritrovano a festeggiare i sessant’anni di vita in comune con gli occhi bambocci del primo sguardo.

Centomila chilometri, i primi centomila raccontati in questo libro, per me non rappresentano niente. Sono una convenzione, una misura, un simbolo. Non un record. I record sono fatti per durare poco, questo più di qualunque altro. Perchè il mio amico non si è fermato, non ha tagliato nessun traguardo. Continua ad andare, nei viaggi lontani che tutti definiscono da incosciente, dalla Basilicata a Pantelleria, dall’Inghilterra alle Serre Calabre, ma anche nei viaggi fuoriporta, sottocasa, con le mete della vita di tutti i giorni, dal parrucchiere al supermercato, dalla lavanderia al fruttarolo.

E forse sono finalmente al punto vero del mio saluto: potrei farla lunga su quanto sia duro – fisicamente e moralmente – stare ore e ore sul sedile di una Vespa Primavera di allora (in tanti sanno cosa intendo), potrei sottolineare ripetutamente quale genere di fisico e di forza d’animo serva per fare un Bergamo-Brindisi tutto d’un fiato sul quel mezzo, ma in fondo resterei nel banale e nello scontato. Non è di un superuomo, magari un po’ eccentrico, che io voglio parlare. Non di un Messner delle due ruote, o di un Majorca di terra ferma. Io voglio semplicemente aggiungere al racconto di questi centomila la semplice testimonianza di chi ha visto tutto. E ciò che più mi preme è dire forte che su quella Vespa, per cinquant’anni, in giro per l’Italia – e non solo – ha vagato un uomo, un uomo vero, una persona bella, piena zeppa di difetti, da farlo a pezzi con la motosega o soffocarlo nel sonno con un cuscino, ma dotato della virtù più raffinata, almeno per me: la passione indomabile e sfrenata per la libertà.

Proprio così, questi centomila potranno descriverli in tanti, nei modi più diversi, ma per quanto mi riguarda non ci sono molti giri di parole da scomodare: sono centomila chilometri percorsi amoreggiando con la libertà. Dalla libertà non si scappa, si va a cercarla. Ogni giorno, ovunque, in tutti i modi. Non per niente, cinquant’anni dopo, assieme alla stessa Vespa, il mio amico ha ancora lo stesso amico.

IL LIBRO: GHERARDO MAGRI, “Con la Vespa fra le nuvole – I miei primi 100.000 chilometri”, Prima Pagina Edizioni, 14,99 euro.

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Un commento su “100MILA KM. E TUTTA UNA VITA SULLA VESPA DEL ’73: IL ROMANTICO VIAGGIO DEL NOSTRO MAGRI

  1. giacomo il said:

    chi non ha vissuto la Vespa non ha conosciuto la libertà in scooter. Bellissime le moto super performanti, comode come auto, costosissime. Quando ti prende quel desiderio di “evasione e libertà incontenibili” ti basta uscire così come sei e andare. Non è così con le altre, lei è disponibile, modesta, libera per tutti, nulla chiede e tutto regala. Quando qualcuno racconta la propria adolescenza capisci dalle parole se gli è mancata la Vespa. con la Vespa hai goduto, senza hai goduto meno! E chi ha la fortuna di non aver mai smesso gode ancora di brutto alla faccia di chi nega.

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